«Come il bacio all’icona». Sulla forma mistica nella poesia di Cristina Campo

Cristina Campo (1923-1977), pseudonimo prediletto, fra i vari, di Vittoria Guerrini, fu una scrittrice e traduttrice bolognese difficilmente inquadrabile entro alcuna categoria letteraria. La accomuna al resto del panorama l’essere stata travolta dalla crisi che investiva il Novecento, quando il trionfo della cultura razionale imponeva la nuova interpretazione del mondo: un meccanismo in cui qualsiasi fede religiosa ne veniva esclusa. Il poeta, di contro, già senza aureola, tenta i recinti sacri di quella letteratura in cui il linguaggio diventa altamente simbolico ed ellittico; tra i molti che non osano varcare la soglia, Campo la oltrepassa con la penna e l’esperienza. Di lei si ripete sempre la frase (proferita da sé stessa) «ha scritto poco e le piacerebbe avere scritto meno», ma nella scarsa quantità di pubblicazioni si scova all’istante una penna rarefatta che ama operare sotto lo sguardo dell’Occhio, del «centro celato nel cerchio/essenza nella presenza» (Canone IV), del solo ospite «assente o presente». Scrive nel saggio Parco dei Cervi:
Se qualche volta scrivo è perché certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell’atto di scriverle esse penetrano in me per sempre – attraverso la penna e la mano – come per osmosi.
Nella gioia noi ci muoviamo in un elemento che è del tutto fuori del tempo e del reale, con presenza perfettamente reale.
Incandescenti, attraversiamo i muri.
Il superamento di limite e confine che non si distanzia di molto dall’ultimo verso della poesia dedicata a Maria Luisa Spaziani, Biglietto di Natale a M.L.S.:
«Mirabilmente il tempo si dispiega…»
ricondurrà nel tempo questo minimo
corso, una donna, un àtomo di fuoco:
noi che viviamo senza fine.
alludendo metaforicamente, in tutti e due i casi alla scrittura che sola può generare queste eccezioni: si intende oltre la materia, oltre la vita stessa.
Trascendere è partire dalla sofferenza – proprio come Cristo risuonante nel suo pseudonimo – che nella biografia (anche intellettuale) di Campo è molto presente: la malattia cardiaca con cui ha vissuto per tutta la vita; la morte di Anna Cavalletti sotto la prima bomba caduta a Firenze nel ‘43; la sofferenza per la ricerca costante di un’alterità entro cui fondersi, ritrovarsi e conoscere la verità. È quest’ultimo punto che diviene parte oscura – necessità ossessiva di comprenderla – tanto da voler ricercare una tensione mistica nella scrittura di Cristina: è l’elemento quasi estatico «fuori del tempo e del reale» ma con presenza reale che permette egualmente di procedere per l’itinerario. L’inconnu si svela in una forma poetica che può testimoniare l’immensità di certe cose, forse anche «puossi dir quel che non è», parola-manifesto di Jacopone da Todi per una via mistica negativa, parola-manifesto che Campo affida al magma di un saggio in cui chiede anaforicamente “cos’è lo stile?”. In ogni caso, sulla verità vi è ancora spazio in Sensi Soprannaturali: la dissoluzione dei sensi non è altro che una trasmutazione dell’Io per consentire l’elevazione “nella gloria di Dio”, e sarà anche il rito, la liturgia, la materia degli incensi a fare da canale per questa dimensione. Un preambolo acuto ma fondamentale per giungere all’Io lirico di La Tigre Assenza, pubblicazione postuma, nel 1991, di Adelphi, che raccoglie trenta poesie di Campo e le sue traduzioni poetiche, in numero maggiore. Quest’ultima pratica, arte quasi innata, le fece conoscere la sua amata Weil e il linguaggio dei mistici (si rimanda all’opera messa a punto negli anni Sessanta insieme a Elemire Zolla I mistici dell’Occidente in due volumi); tradusse anche San Giovanni della Croce; fu anche interessata alla mistica iraniana per via degli studi di Henri Corbin.
Così si forma il sacro cerchio in cui viveva idealmente e praticamente. Il rito, la liturgia, la materia degli incensi erano presenti nei saggi, presenti nella Chiesa del Russicum dove trascorse gli ultimi periodi della sua vita, nella denuncia al Concilio Vaticano II.
Presenti in La Tigre Assenza: fra uomini che non varcano la soglia dei sensi, Cristina si slancia con un verso che ha il fine di giungere ad un nuovo linguaggio. Desiderio già presente nelle Lettere a Mita quando desiderava scrivere un Cantico dei senza lingua e solo in tal modo troverà la rivelazione dopo la trepidante attesa, palpabile in tutta la raccolta.
Passo d’Addio, prima sub-sezione di La Tigre Assenza, si apre all’insegna di Eliot che presagisce il nuovo linguaggio futuro con l’abbandono del precedente, stessa dialettica per cui l’io lirico abbandona un amore materiale e si volge verso il nuovo amore spirituale, un volto pieno di silenzi, che seppure investito di assenza risulta presente nei componimenti, anche in quelli della seconda sub-sezione Quadernetto. Il discorso poetico prende la piega della via mistica negativa, che procede per negazione di Dio, che procede per ossimori e antitesi, generatori di paradosso. La logica del discorso è questa anche in Angela da Foligno o Caterina da Siena, e mi è stato fondamentale seguire gli studi di Giovanni Pozzi (1923-2002) sulla scrittura mistica femminile della tradizione cristiana per comprenderne logica e stilemi. In Campo, fra i più frequenti ossimori, quelli della sfera semantica buio/luce, come nella forma quasi alchemica di «dove sole era l’ombra, ed ombra il sole» (Si ripiegano i bianchi abiti estivi), ma è soprattutto nel livello dei temi e delle immagini che diviene evidente l’atmosfera mistica in cui aleggia l’io lirico: la rosa, la lama, i cancelli, le forme concave, si uniscono al tessuto degli addii, dell’assenza, dell’amore e della sete per il divino: il deserto, la notte oscura, invece, stati dell’anima e riferimenti alla mistica tradizionale.
Presenza e assenza, buio e luce sono figure che permettono alla scrittrice di porsi in limine fra i due mondi «Due mondi – e io vengo dall’altro» (Diario Bizantino) e per Pozzi l’ossimoro comunica per sottrazione anche dove è considerata la caduta nella glossolalia. Sono tutti elementi presenti nelle ultime poesie para-liturgiche. È lì che avviene la rivelazione dell’assente che bisogna amare. Prendiamo Diario Bizantino e la percepiamo veramente come un “odorosa nube”, quella del linguaggio: ma se esso è Dio, e se esso non consente la rivelazione, sarà solo la forma a poterla permettere, come avviene col rito e con l’icona. Allora l’epifania avviene, caduta della parola che possiamo cogliere con l’occhio. Si costituisce una nuova lingua apparentemente senza senso se non si comprendono i riferimenti in una forma che diviene rituale e circolare – in alcuni punti ad imitazione della liturgia bizantina – quelli all’Ecclesiaste e quelli biblici.
La neonata parola di una piccola poetessa disarmata (Bernardo Trevisano, La Pisana, Vie) mi è parsa, chiaramente, come approdo della via negativa scelta da Cristina, evidente quando afferma di non sapere niente di Dio. Girando intorno alla Bellezza abbandona la sua vecchia veste adoperando una sopra-naturalizzazione dei sensi: la nuova lingua è la liturgia, e la liturgia permette la rivelazione. Come il bacio all’icona.


