Perdersi dappertutto. La controvita di Céline

La storia è nota. Nel 1932 viene consegnato un pacco alla redazione di due editori. Dentro c’è il dattiloscritto di uno stesso romanzo. L’autore si firma con uno pseudonimo, perché il suo vero cognome, Destouches, è meglio non rivelarlo, si tratta di un medico che preferisce non far sapere ai suoi colleghi di aver scritto un libro; un romanzo che certamente lo avrebbe messo in difficoltà, facendogli perdere pazienti - che, essendo tutti poveracci, spesso non gli pagano le cure che offriva loro. Il primo editore, Gallimard, lo boccia. È il secondo rifiuto clamoroso nella storia della prestigiosa casa editrice francese, che qualche anno prima aveva respinto il primo volume della Ricerca proustiana - rifiuto di cui, tempo dopo, André Gide, pure consulente editoriale d’eccezione, si scuserà con lo stesso Proust. Il secondo editore, Donoël, è invece un uomo a caccia di geni che nessuno si sognerebbe di pubblicare - cerca libri esclusivi, coraggiosi, capaci di scompigliare il senso comune. Il romanzo alla sua redazione arriva in un pacco che ne contiene due, di libri. Il primo è un romanzetto sentimentale di centocinquanta cartelle, firmato da una donna; l’altro, senza neppure il nome dell’autore in prima pagina, di mille fogli dattiloscritti. Donoël quel romanzone lo legge in una notte restandone sconvolto e la mattina successiva si mette sulle tracce di questo autore sconosciuto. Crede si tratti della stessa persona che ha spedito anche l’altro, che si era limitato a sfogliare e subito rigettare. Va a trovare la donna, la quale abita a Montmartre, ed è estasiata dai commenti dell’editore, ma in breve capisce che Donoël non sta parlando del suo libro, ma di quello del “dottore pazzo” suo vicino di casa e che l’ha pregata di mettere nel suo plico anche il proprio di romanzo.
Il dottore pazzo era Céline (lo pseudonimo era il nome della nonna materna). Il romanzo era Viaggio al termine della notte. Nessuno si era fino ad allora spinto a raccontare la miseria del genere umano; non alla maniera di Zola, da osservatore naturalista di un particolare stato sociale. Céline aveva raccontato la miseria dal punto di vista della miseria, standoci dentro, parlando la sua stessa lingua, una lingua che straparla - a volte in maniera grottesca, altre comica, altre ancora accendendosi, ma di una luce livida, che svela una realtà sempre oscena -, e quello che aveva scoperto era qualcosa di perturbante, perché non vi aveva trovato nessuna purezza romantica, ma solo volgarità. Céline quella miseria la conosce a fondo, gli appartiene, è prima di tutto sua, e sa che l’ignoranza e la povertà non hanno alcun valore in sé, perché l’uomo, quando è nel fondo della propria vita, fa emergere solo viltà, dà sfogo alla propria rabbia, vomitando una vanitosa cattiveria.
Non deve stupire che questo romanzo metta nel titolo la parola “viaggio”, solo che bisognerebbe intendersi su cosa intenda Céline col verbo viaggiare. La prima traccia è posta in esergo: “Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. […] E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita”. Un viaggio è prima di ogni cosa immaginazione, dunque. Ma quello che si immagina non è irreale, è qualcosa dall’altra parte della vita. Ma dall’altra parte non vuol dire fuori - non significa che la vita sia tutta un’invenzione. O meglio, la vita che si immagina, quella dall’altra parte, è la vita di cui si è fatta già esperienza. Da una parte c’è la vita che si vive, dall’altra c’è una vita che si esprime. L’una non è meno vera dell’altra; l’una dona verità all’altra. “Quando si ha immaginazione”, scrive mentre è nel pieno delle battaglie di trincea della Grande Guerra, “morire è poca cosa, quando se ne ha, morire è troppo”. Il viaggio, potremmo dire, è esattamente dentro la vita, lì dove la vita nasconde la sua lingua, lì dove la vita aspetta che qualcuno sappia tradurre la sua melodia, la sua musica. Ma il viaggio è anche la possibilità di opporsi, attraverso l’espressione, alla morte - a quella vita priva di immaginazione che nasce già morta.
Quando il libro viene pubblicato, nell’ottobre del 1932, Céline ha 38 anni, eppure sembra aver già fatto esperienza di tutto. Ha combattuto nella Grande Guerra ferendosi a un braccio; ha viaggiato in Camerun conoscendo la realtà coloniale; è stato nel Nuovo Mondo, negli Stati Uniti, visitando la “città verticale”, New York, la metropoli moderna per eccellenza, la città della finanza, la città-massa, entrando nelle fabbriche della Ford e comprendendo cosa significasse lavorare nella catena di montaggio; si laurea in medicina ed esercita la professione soprattutto nelle periferie parigine, attraversando il dolore degli ultimi e abitando il fondo dell’esistenza. Un materiale umano che basterebbe per cento vite e cento opere. Céline lo usa per un solo romanzo; un romanzo che ne contiene quattro, perché ogni fase della vita sembra nel Viaggio una storia a sé, una continua discesa dentro quella notte del mondo che non ha termine.
Del resto è questo che colpisce immediatamente in Céline, la capacità di intuire quanto l’essere umano, posto in una condizione regressiva, quasi allo stato di natura, nella sua lotta per la sopravvivenza non manifesti altro che la sua ottusa meschineria. Di più: che ogni essere umano, a seconda della situazione, può essere sia vittima sia carnefice, padrone e schiavo; con questo lasciando intendere non di opposti che convivono ma che all’estremo dell’esperienza questi stessi opposti si somigliano, addirittura coincidono. Che quegli opposti non manifestano altro che la stessa miseria della vita.
Il Viaggio è un romanzo che non ragiona, che non ha idee - “Le idee, sbobba buona per i gatti”, dirà all’amico Poulet, che lo intervisterà molti anni dopo, quando tutto ormai è avvenuto, nella sua casa-rifugio alla periferia di Parigi. È puro stupore della miseria umana; anzi, è il sentimento di questo stupore che è anche paura, terrore, allucinazione. Céline non cerca significati o il senso delle cose, non è uno scrittore ideologico proprio perché ha compreso quanto ogni ideologia è solo una regressione dell’esistenza. Racconta il delirio della realtà, o la percezione delirante che si ha stando dentro la vita, quando siamo ridotti a uno stato naturale, degradante. In quel fondo l’essere umano non conserva nessuna anima, secondo Céline, al contrario mente, si distrae, fa teatro delle proprie pene, dei propri dolori, per allontanare la sua stessa morte. Ma, scrive a un certo punto Céline nel Viaggio, “È forse questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la più grande pena possibile per diventare se stessi prima di morire”. Forse nessuno scrittore quanto Céline ha cercato, attraverso la lingua, di aderire al flusso della vita. La vita, di suo, non si pensa ma avviene nella sua totale incoerenza, nel suo folle perdersi; e a seguire quel flusso niente sembra profondo, nessun essere umano ci sembra riflessivo, coscienzioso, razionale. La musica trascina gli eventi e gli uomini in un destino ineluttabile. Quando la vita vive e basta ogni cosa ci sembra sporca, l’umanità stessa ci fa orrore, non c’è gesto che non sembri abominevole, non c’è uomo che non appaia corrotto, contaminato dai detriti che quel fiume di vita si trascina dietro. Per questo, quando un ramo si incaglia su un sasso, quando, voglio dire, siamo costretti a fermarci, quando Céline spezza per un momento quel flusso, invitandoci a guardare meglio quel lordume infestato da puttanieri, truffatori, papponi, guerrafondai, cialtroni, la commozione è più violenta, e anche il peggiore degli uomini, il più sporco di tutti, per un attimo sembra degno della nostra attenzione - quella miseria è la nostra, e vorremmo abbracciarli quegli uomini corrotti, dirgli che noi non siamo migliori di loro, che quello schifo tutti noi l’abbiamo conosciuto, ce lo portiamo dentro, ne abbiamo pianto, anche quando abbiamo finto di riderne.
Non riesco a dimenticare la scena del Viaggio in cui Alcide, uno che aveva sfruttato le colonie francesi in Africa, che in Africa faceva il contrabbandiere, confessa a Ferdinand di risparmiare i soldi dello stipendio per far vivere dignitosamente una nipotina di cui possiede appena una foto e qualche lettera: “Mi son messo a guardarlo molto più da vicino l’Alcide, via via che confessava la colpa di non essere abbastanza generoso, con i suoi affetti impomatati, le sopracciglia da eccentrico, la pelle calcinata. Il pudico Alcide! Quante ne aveva dovuto fare di economie sulla sua paga striminzita… sui suoi premi d’arruolamento da fame e il piccolo commercio clandestino… per mesi, per anni, in quell’infernale Topo!… Non sapevo cosa rispondergli io, non ero molto competente, ma mi superava talmente in fatto di cuore che diventai tutto rosso… In confronto all’Alcide, non ero che un cafone impotente io, grossolano e fatuo ero… Non si poteva smarronare. Era chiaro. Non osavo più parlargli, mi sentivo all’improvviso totalmente indegno di parlargli. Io che ancora ieri lo trascuravo e perfino lo disprezzavo un po’, Alcide […] Aveva offerto quasi senza dubbio a una ragazzina vagamente apparentata anni di tortura, l’annichilamento della sua povera vita in quella torrida monotonia, senza condizioni, senza mercanteggiare, senz’altro interesse che quello del suo buon cuore. Offriva a quella ragazzina lontana tanta tenerezza da rifare il mondo intero e questo non si vedeva”.
Quanto lamentava, Céline, che gli scrittori avevano smesso di raccontarla la vita, perché la vita non la vivevano, non ne conoscevano la miseria. E bisognerebbe riflettere cosa voglia dire, ponendosi davvero a quel fondo della vita, essere allontanati da tutti - detrattori e ammiratori; perché pure i secondi: “che talento! Meglio starne alla larga, però” -, dare in culo al mondo, provare una solitudine così profonda da generare un disprezzo totale per le ipocrisie, una rabbia che diventa ritmo, offesa, provocazione ma anche farsa, teatro, ghigno - una rabbia che nasconde sempre una ferita - pagando fino all’ultimo stadio dell’umiliazione i propri errori. Delle menzogne della vita ci si può liberare, scriveva nel Viaggio, più difficile è liberarsi dell’amore.
