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Sentieri · Letteratura

Per Contro. Sulla natura della cura

Per Contro. Sulla natura della cura

Circa la cura del prossimo, d’altronde, abbiamo sufficienti precetti che l’antichità stessa ci ha tramandato. Anche una buona medicina, è da usarsi con rispetto.

Innanzitutto, se diciamo madre o figlio o padre, noi non possiamo nemmeno immaginare la loro essenza trinitaria. Che la verità non è un concetto ma una persona, non è un discorso di cui si possa dire, ma beninteso un logos, un triplice logos, un verbo che s’incarna per sollevare noi dalla nostra carne mortale e caduca. Un verbo che è del presente, soltanto del presente.

La verità è un rapporto parentale. La vita, la morte e la cura dei presenti è la verità, che come tale è solo di un ordine religioso, qualcosa che a noi non è dato di concepire.

Non c’è nostalgia di fronte all’ammalato, all’altro che siamo noi stessi, e con cui siamo sempre uniti nell’universalità di un’ecoumene.

Non c’è nostalgia di fronte alla cura e alla morte; sono cose sempre presenti e che ci riguardano dal loro infinito mistero, di cose che sono anche essenze.

Sono persone vive anche la cura e la morte. Nostre sorelle unite a noi nel mistero della verità che è persona.

Rispetto alla foto il marmo è un oricalco perfetto di Cristo. In ogni corpo è sepolto il suo corpo, in ogni osso il suo fiato che risorge. La foto che ha segnato un solo volto del nostro, si eclissa all’alba del volto santo. Così un murmure di cipressi fa da sentinella all’ampia apertura del golfo e del cielo.

Un’enorme fucina di vita è nella morte. Che noi non possiamo vedere. Non possiamo comprendere, come che Egli vive.

Non comprendiamo la vita delle pietre. La vita di nulla, noi non comprendiamo.

Cristo sta nel morto e tanto più nel vivo.

Per contro, se invece di questa vaporiera che fugge, che si chiama linguaggio, ovvero lingua devastata, noi pretendenti alle cure potessimo attingere alla tradizione.

Curare, facendo qualsiasi cosa, aspirando con tutte le nostre forze a quello che la tradizione ci ha tramandato. Noi così in basso, tenendo le nostre mani a coppa, mentre vi discende dall’alto la dolcezza di un sirventese del trecento.

Nonna Lucia, non più madre-lingua, già così distante in Carducci, che almeno se ne avvede. Nonna Lucia che entra ed esce dalle ombre, come lo svanire di tutta la salvezza che abbiamo perduto.

Soffiare poi la dolcezza di quest’acqua servente sui nostri cari, in un unico, comune atto terapeutico.

Noi, della famiglia degli asini rossi e turchini, che non abbiamo inteso nel murmure dei cipressi la pressante questione della lingua che l’epoca ci imponeva. Noi che l’abbiamo oramai disdegnata, noi degli incurabili.

La cura è un atto d’elezione operata da Dio, cui noi siamo indegnamente vocati ad ottemperare. Onora tuo padre e tua madre. Proteggete i miei cari.

La memoria e la cura sono zone reali/irreali che sussistono reciprocamente e gerarchicamente. Reali rispetto a ciò che noi concepiamo dell’evidenza naturale. Irreali nella loro vera essenza di fenomeno.

Aloysius Alzheimer, in servizio nella clinica psichiatrica di Emil Kraepelin a Monaco di Baviera, e Gaetano Perusini, udinese perfezionatosi a Roma, suo allievo e collaboratore nel laboratorio neuropatologico di suddetta clinica, rifondano un impero cattolico-longobardo in un gemellaggio che è tra i più nobili che la scienza ricordi.

Lì dove concorrono parecchie ombre ad oscurare la nostra memoria, questi avventurosi cavalieri del presente — per entrambi non mi perito di parlare di vera santità — entrano con fraterno amore di cognoscenza a riprendervi l’imprendibile, a curarvene lo smarrito nulla, la cosa reale e di niente.

La gerarchia di cura e memoria ricuce questi nostri ammassi di fibrille smarrite, da un puro nulla, ad una presenza reale/irreale della persona, tal quale in un’ostia consacrata la discesa del Verbo.

Il caso eclatante di un successo, è il puro fallimento del paziente in quanto individuo e del suo curatore medico che in lui si eclissa, e che avoca a sé stesso lo smarrimento e l’oblio.

Così di Aloysius Alzheimer si ricorda il nome, ma non tutta la sua immensa vita. Di Gaetano Perusini, non si ricorda nemmeno il nome, e del paziente curato resta il nome ed una foto.

Ma nulla ci dice, la loro triplice essenza, l’amore che ha fallito, quando invece la cura è riuscita ad essere.

Ci si ammala da sani, si muore essendo vivi, si guarisce morendo. Il tutto per entrare in un triplice logos di contraddizione, nel suo concavo-convesso centro barocco.

Circa poi la questione del continuum, così magistralmente individuata e risolta da Leibniz, in natura nulla avviene per salto, ma così come il fenomeno fisico che è irreale s’incarna nel reale, anche quest’ultimo, attraverso gli strumenti di una vera elezione — principalmente pathos, dolore, sofferenza — si trasmuta nel primo.

Gli antichi, Parmenide in primis, ultimo discendente di una gloriosa famiglia di medici, gli Uliaidi, intesero il fenomeno fisico come una sfera rotonda di pace, percorsa da cavalli alati bianchi, che è all’insegna della salute. Avventuroso e giovane chi percorre questa strada.

Il paziente è un soggetto in cui il cambiamento di pensiero — metànoia, conversione — è già in atto. Egli è chiamato a diventare un angelo, ovvero un annunciatore della Croce.

Ogni più piccolo dolore ha in sé il suo mysterium, la sua religio.

La religio è cura, riguardo, rapporto, legame, ovvero rispetto, che sempre avviene da entrambe le parti. Il medico cura il paziente, il paziente cura il medico.

Si diventa infine angeli, ed anzi piccoli angeli, ovvero bambini di una vera vita nostra che non avevamo mai conosciuto.